Il mio mito Oriella Dorella

Nel descrivere la danza Oriella Dorella, che adoro, ha dichiarato: “Per me è stata la mia vita mentre per coloro che osservano e seguono questa disciplina deve suscitare forti sensibilità. Non importa se capisci come sono le pirouette perché quello è il solo mezzo tecnico per esprimere un qualcosa di maggiormente importante. La danza rappresenta un’Arte e come tale ti infonde notevoli emozioni basandosi su elementi fisici… ma tutto ciò risulta solo un tramite perché il “volo” è molto più alto!”Questa ballerina milanese è il mio idolo e la trovo molto affine all’arte delle majorette. Lei come noi ha sempre il sorriso e pare infondere fiducia e stima nel proprio pubblico. Questa donna ha una forza che è grazia allo stato puro, mingherlina ma energica pare avvicinare il ballo al volo ed io ci penso sempre mentre marcio e faccio volteggiare il bastone. Tutto deve apparire esattamente e perfettamente naturale come se stessi facendo una banalissima operazione quotidiana, ma ha dello straordinario e in quanto straordinario è artistico e mi avvicina alla folla distinguendomi da essa. Parrà quasi presuntuosa la mia visione, ma in realtà non faccio altro che mettere in pratica quello che ho appreso in questi anni. Una lunghissima preparazione per pochi minuti di gloria che stimolino ammirazione e stupore nel pubblico. La danza e la banda, la coordinazione col gruppo, tutto partecipa a rendere unica l’esperienza e a fare in modo che io mi elevi verso l’alto portando con me parte dell’audience. Vorrei “piroettare” come la Dorella nella vita da majorette anche perché come lei stessa dice bisogna essere attente allo sviluppo del proprio corpo è d’obbligo tenersi al meglio, sempre pronti a fare un passo avanti. “Grandi sacrifici negli orari, rinunce nelle vacanze e nelle uscite con le amicizie. In estate, mentre tutti andavano in vacanza, io lavoravo; si facevano gli spettacoli con Carla Fracci all’Arena di Verona. Non mi fermavo mai. Avevo solo otto giorni di vacanze annuali e il mercoledì come giorno di riposo… Però in teatro vigeva anche l’abitudine, al mercoledì, di istituire una lezione “volontaria” che ogni volta cambiava; perciò non ci si fermava mai se si voleva andare avanti rinunciando anche al proprio giorno di riposo. Comunque non mi lamento perché era la mia passione e si aveva l’immensa fortuna, ad esempio, di andare in tournée con Rudolf Nureyev che ti ripagava di ogni fatica. Quando vedevo le ragazze della mia età, mentre andavo in Teatro a fare le prove, che prendevano l’aperitivo mi dicevo “magari arriverà un giorno così anche per me”… Ci si misurava artisticamente ogni giorno, bisognava essere sempre pronti anche dal punto di vista della tempra, una vita dura. Non esisteva che avevi mal di gola e stavi a casa. Ricordo di una volta in cui la direttrice, la signora Esmée Bulnes, malgrado io avessi la febbre altissima e dovevo ballare una Tarantella, all’arrivo in teatro accompagnata da mio papà con largo anticipo perché c’erano le lezioni prima dello spettacolo, la signora Bulnes disse a lui: “ora Oriella fa la sbarra ma se dovesse sentirsi male la porto fuori io, anche se il pezzo da danzare in palcoscenico non è poi così lungo”. Per non fare uno spettacolo bisognava morire… Secondo me è un po’ quello che manca oggi, questo mordente, questa capacità di superare il dolorino, lì si andava in scena senza troppe storie! Come diceva Robert Strainer: “per una ballerina domani è troppo tardi”! Perché la carriera è fisicità e maturità, quella profondità, quella forza del ruolo che si chiama Arte. Quando hai raggiunto tale profondità dura pochi anni perché il fisico risente dell’usura, di qualche incidente di percorso. La carriera di una ballerina dev’essere veloce, giorno per giorno perché la magia finisce presto…” Ma la magia per me è appena cominciata e non finirà tanto presto, perché potrò fare la coreografa e comunque non abbandonerò mai la musica!